Il sigillo inciso con il fuoco d’oro sul mio corpetto non era un semplice ornamento per abbellire la seta rosa. Era la fenice ad ali spiegate, lo stemma della dinastia legittima dei Valois: la linea di sangue che vent’anni prima il padre di quel principe codardo aveva tentato di cancellare in una notte di massacro e tradimento.
“Fermate il disco! Fermate quella folle!” urlò il principe con una voce che perse in un istante ogni traccia di arroganza, incrinata da un panico viscerale. Fui in grado di cogliere il preciso momento in cui le sue pupille si dilatarono, travolte dal fantasma della donna che suo padre aveva cacciato e creduto morta nell’oscurità dell’esilio: mia madre.
Nessuno tra i nobili osò muovere un dito. La guardia reale, congelata di fronte a quel simbolo antico e incancellabile, rimase immobile. Quel sigillo non rappresentava solo una corona perduta, ma portava con sé un giuramento di fedeltà che ogni soldato del regno aveva stretto nel proprio sangue prima dell’usurpazione.
“Questa pedana d’ottone non è mai stata un gioco di corte per sollazzare la tua noia,” pronunciai con una voce fredda, affilata, che rimbombò attraverso la cupola della gran sala, sovrastando il sibilo del metallo in rotazione. “Fu progettata da mia madre. Era il dispositivo su cui mi ha insegnato a sopravvivere alle vostre lame e alle vostre trappole, giorno dopo giorno, finché non fossi stata pronta a rivendicare ciò che è nostro.”
Con un movimento fluido, quasi invisibile alla vista, premetti con il tacco della scarpina di raso un perno nascosto al centro della piattaforma. Il meccanismo sotterraneo produsse un boato metallico sinistro: le ruote dentate si bloccarono all’istante, scagliando un’onda d’urto attraverso la struttura.
Dalla cavità centrale del basamento, nascosto per due decenni nell’attesa di questo preciso giorno, emerse il Testamento Reale Originale, firmato col sangue dal fondatore del regno, insieme alla capsula del veleno che l’attuale re usurpatore aveva usato per avvelenare la mia stirpe. Le prove della loro infamia erano ora esposte alla luce del sole, davanti agli occhi di tutta la nobiltà.
Il principe, nel disperato tentativo di salvare la propria pelle, estrasse la spada dal fodero dorato e si scagliò verso di me con la furia di un animale in gabbia. Ma la sua mano, abituata solo al vino e ai calici di cristallo, era lenta e tremante.
Non ebbi nemmeno bisogno di estrarre un’arma. Sfruttando l’inerzia della rotazione appena arrestata e il peso della mia pesante veste di seta rosa, intercettai il suo braccio con una presa d’acciaio affinata da anni di addestramento spietato. Spezzai il suo polso con un colpo secco e preciso. La spada cadde a terra con un nitido stridio metallico, seguita dalle sue grida di dolore che riecheggiarono nel silenzio sepolcrale della corte.
Prima che potesse riprendersi, lo afferrai per il colletto ricamato e lo spinsi con brutalità al centro della piattaforma rotante. Con un secondo calcio al meccanismo di sblocco, riattivai il sistema alla massima velocità.
Il disco d’ottone riprese a girare con una furia devastante. Il principe, privo di qualsiasi equilibrio, senso della misura e dignità, ruzzolò rovinosamente sulla superficie di metallo. Tentò disperatamente di rialzarsi, ma la forza centrifuga lo scagliò ripetutamente contro le sporgenze affilate del basamento, lacerando la sua veste reale e riducendo il suo volto a una maschera di terrore e sangue.
Il sovrano del terrore, l’uomo che poche ore prima rideva delle sventure altrui, si trovava ora a strisciare ai miei piedi come un verme, supplicando pietà davanti agli stessi aristocratici che un tempo lo adulavano e che ora gli voltavano le spalle disgustati.
Le guardie reali, rompendo finalmente il silenzio, piegarono un ginocchio a terra davanti a me, volgendole le terga al principe agonizzante e acclamando il mio nome.
Lo guardai dall’alto in basso, mentre la velocità della pedana gli spezzava le ultime forze e la certezza della sua rovina gli soffocava il respiro. Non c’era pietà nel mio cuore, solo la fredda e perfetta soddisfazione della giustizia. La corona che portava in testa rotolò sul pavimento di marmo, fermandosi esattamente davanti ai miei piedi.
La vendetta di mia madre non era stata veloce; era stata un capolavoro di pazienza, tessuta per vent’anni nell’ombra, finché il figlio dell’usurpatore non è stato distrutto dal suo stesso, sadico teatro.